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martedì 5 febbraio 2013

Sassari

L'origine del nome della città di Sassari è stato per secoli oggetto di disputa e speculazioni accademiche. Fin dalla metà del XII secolo questo nome ricorre in varie forme, fra le quali Thatari, Thatar, Sassaris, Sasser, Sacer, Sacher, Strudel, Pannacotta, Limoncello. Ma il mistero toponomatico non è stato sciolto se non nel 1977, anno in cui è stato rinvenuto un manoscritto in una pieve in provincia di Imperia.
Nell'antico documento si narrava infatti di una disputa medievale tra villaggi in diverse regioni d'Italia: alcuni pugliesi, già emigrati in Liguria, si erano infine trasferiti in Sardegna, esiliati a seguito di faide familiari non risolte. Le faide, si sa, sono dure a morire, e infatti anch'esse si trasferirono oltremare, portandosi dietro gli inevitabili lutti e sofferenze.
Dopo anni di vendette, e grazie infine all'intercessione di papa Gelasio II, si decise di trasformare la faida in una sfida folkloristica, al pari delle contese tra quartieri (palii, giostre e tornei) che già in altre città avevano consentito di annullare il tributo di sangue richiesto dalle vendette familiari. Fu perciò organizzata una grande sfida a Morra Cinese, gioco altrimenti noto come "Carta-Forbice-Sasso", tra gli esponenti delle famiglie coinvolte in Puglia, Liguria e Sardegna.
I liguri divennero imbattibili nelle mosse legate al segno della Carta; dalla loro squadra prese il nome perciò il paese di Cartari (IM). I pugliesi si specializzarono nel segno delle Forbici, dando nome al paese di Forbiciari, mutato poi in Forbiccari e divenuto alfine l'odierno Biccari (FG).
Per i sardi, più avvezzi a combattere con la siccità e la scarsità di vegetazione, fu invece quasi automatica la specializzazione nella mossa del Sasso. Dalla squadra dei "sassàri" prese perciò il nome anche la città di Sassari. Ed è con questo nome che è conosciuta ancora oggi.

(nella foto: la sassarere più famosa al mondo, Elisabetta Canalis, mentre vince a Morra Cinese giocando il sasso, la mossa tipica della sua terra)

giovedì 17 gennaio 2013

Gemellaggi Fantastici - Decimomannu e Vetulonia

Negli ultimi vent'anni ha preso piede in tutta Europa la consuetudine di gemellare quartieri, paesi e città con analoghi soggetti esteri, nell'ottica di favorire lo scambio culturale. Che questa pratica sia stata utile o meno, non sta a noi giudicarlo. Ci piace però ricordare come questi gemellaggi nascano sovente a partire da caratteristiche comuni alle due parti in causa.

L'esempio che riferiamo oggi è quello dei due paesi di Decimomannu (CA) e Vetulonia (GR).

Il primo, di cui proprio oggi 17 gennaio ricorre la festa del santo patrono, Sant'Antonio, è di origine romana e ospita una base della NATO. Il secondo, di origine etrusca, si fonda su un'economia rurale, con le sue coltivazioni di ulivi e di viti, e presenta almeno due attrazioni folkloristiche di un certo spessore, quali il campionato di "Palla eh!" e il tradizionale "Palio dei ciuchi".
La caratteristica che accomuna però queste due terre, altrimenti così difformi, è il fatto che entrambi i paesi hanno tutte e cinque le vocali ripetute una sola volta.

I frutti del gemellaggio non hanno tardato a farsi sentire: presso la base NATO di Decimomannu è stata inaugurata perciò una nuova fusoliera, a Vetulonia invece il Comune ha realizzato dieci nuove aiuole, ciascuna delle quali con al centro una sequoia.
Anche l'ordine pubblico ha risentito del gemellaggio: sebbene sia a Decimomannu che spesso viene esiliato sotto copertura qualche pregiudicato, è a Vetulonia che non manca mai un tafferuglio tra qualche ubriacone o disturbatore.
Visti i buoni esiti del gemellaggio, i due paesi stanno pensando di estenderlo anche al paese di Torrepaduli (LE). Fallito invece quello con Quattroventi, paese immaginario del mondo dei Pokémon.

(nella foto: c'è gemellaggio anche in senso funerario. Le lapidi mortuarie, infatti, sono diffuse sia a Decimomannu che a Vetulonia. E gli abitanti di entrambi i paesi prima o poi moriranno.)

martedì 18 dicembre 2012

Brindisi

Dell'antica Brundisium, nata su un insediamento risalente all'età del bronzo, si inizia a parlare nei libri di storia con la conquista da parte dei romani nel 266 a.C.
L'importanza politica della città risale però a mezzo secolo dopo, e con precisione alla Seconda Guerra Punica: la città dell'Apulia rimase infatti fedele a Roma anche dopo la rovinosa disfatta della battaglia di Canne (216 a.C.).
Grandi furono perciò in tale occasione i festeggiamenti per celebrare la rinnovata alleanza con il Palatino. Svetonio racconta che nell'arco di due settimane di bagordi sfrenati furono macellati quindicimila tra polli, manzi e maiali, e per accompagnare questi sontuosi pasti fu rapidamente consumata tutta la riserva esistente di Primitivo di Manduria (per questo motivo peraltro nel museo archeologico di Brindisi non esistono reperti precedenti il secondo secolo a.C.; il paradosso è che le bottiglie di Primitivo ivi conservate non sono purtroppo realmente primitive come ci si aspetterebbe).
Al di là del danno archeologico, tuttavia, questo evento contribuì a diffondere la nomea di gozzovigliatori per i salentini, al punto che ci sono arrivate tracce degli sfottò non solo negli affreschi pompeiani, ma anche nella trascrizione dei cori da stadivm, che all'epoca si usava intonare durante le partite di calcivm.
Nel secondo secolo già esisteva infatti una lega sportiva a livello nazionale, costituita da squadre il cui nome si è tramandato nella storia (come per esempio Juventus, Pro Patria e Juve Stabia); fu durante una partita tra Brundisium e Atalanta che fu esposto lo striscione "Brindisino lalà lalà lalà" mentre tutti i tifosi avversari sollevavano festosi un calice. Gli abitanti di Brundisium furono perciò ribattezzati come sfottò "brindisini", da cui il nome attuale della città.

Tracce di questa antica nomea si trovano ancora oggi, visto che (come testimoniato dal video qui a fianco) il coro da stadio di cui sopra viene ancora intonato in molte zone dello stivale (sebbene si supponga che la musica non sia più corrispondente a quella originale che, ahimè, è andata perduta) durante le feste di compleanno. Feste durante le quali si cita anche (forse inconsapevolmente) l'antico motto latino di Brundisium, "Tanti augurii a te", che potremmo liberamente tradurre in italiano come "Da te giungano così grandi buoni auspici".
Buoni auspici che per Brindisi si sono verificati, in quanto la città, arrivata fino ai giorni nostri, ancora oggi con questo nome è conosciuta.

(nella foto: un'antica locandina che pubblicizza una partita di calcivm allo stadivm di Brvndisivm)

martedì 11 dicembre 2012

Trento



Gli americani chiamano Chicago (il cui curioso nome sarà sicuramente oggetto di una delle prossime puntate) "the windy city", la città ventosa. Ma anche in Italia abbiamo una città che non è da meno, e questa città è Trento.
Posta in una naturale conca ai piedi delle alpi, il castrum da cui si sviluppo la città di Trento fu edificato dai romani in una posizione tanto strategica quanto infelice, per i fortissimi venti che si abbattevano dalle montagne e che rendevano precarie le prime costruzioni in legno dell'accampamento.
Fu questo fenomeno atmosferico che diede il nome alla città, non dissimilmente da quanto era accaduto per la cittadina di Benevento (Bene Ventus: in questo caso il vento era ovviamente più gradito dalle navi che salpavano dal porto verso la Dalmazia e la Fenicia).
Il primissimo nome della colonia romana fu appunto Ventus. Ma ci si accorse presto che il nome non rendeva onore alla forza impetuosa che rendeva così difficile la vita dei legionari accampati. Scherzando, il proconsole disse che questi non erano venti, ma almeno trenta.
Fu così che il nome passò da Ventus a Trentus, da cui l'attuale nome di Trento, con cui la città è ancora conosciuta.

(nella foto: trentatré trentini entrano a Trento trotterellando)

venerdì 16 novembre 2012

La Maddalena

In pochi sanno che la piccola isoletta de La Maddalena, a nord di Porto Cervo, fu scelta in età moderna come nascondiglio nientemeno che dagli eredi dei Cavalieri Templari.
Nel 1768 fu infatti fondata la chiesetta dedicata a S. Maria Maddalena che, come rivela Dan Brown, può in realtà essere identificata come la "coppa" (uterina, in senso figurato) all'interno della quale fu conservato il "sangue reale" (Sang Real), cioè la discedenza di Gesù Cristo. In pratica, il Santo Graal.
Quelle di Dan Brown ovviamente sono frottole diffuse ad arte per inquinare la verità, e cioè che il Santo Graal (coppa reale, e non in senso figurato come Dan Brown vorrebbe far credere) è stato davvero custodito in questa piccola isola per molti anni.
Giuseppe Garibaldi optò volontariamente per un "pensionamento" nella vicina Caprera, in quanto massone e segretamente incaricato dai vertici della fratellanza di custodire appunto il nascondiglio del Sacro Calice.
Il luogo non è stato scelto a caso: se si uniscono infatti con una linea immaginaria le città di Grosseto e Alghero (GR-AL), e si divide la linea in due segmenti legati tra loro dal rapporto aureo phi (rapporto di 1,61 circa) si ottiene proprio l'isola de La Maddalena.

Purtroppo il Graal non si trova più qui; nel corso dell'800 fu spostato su un'altra linea perché il suo nascondiglio era ormai stato messo a repentaglio. Si pensa che la nuova linea sia quella Grosseto-Alessandria (ancora GR-AL): se la dividiamo in due segmenti in rapporto aureo, troviamo al centro il piccolo abitato di San Guido, vicino Bolgheri (LI).
Il massone Giosuè Carducci, nella sua celebre poesia "Davanti San Guido", lascia anch'egli un indizio sulla nuova ubicazione della Sacra Coppa, scrivendo:

"E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su."

Il Graal si trova dunque a Bolgheri? Non lo sappiamo, ma la nostra ricerca continua.
Nel frattempo, dopo secoli e a monito perenne per tutti i ricercatori, l'isola de La Maddalena continua ancora a chiamarsi così.

(in figura: il collegamento tra Grosseto e Alghero. E aspettate che qualcuno si accorga che, proprio in mezzo alla linea tra GRenoble, Francia e ALbacete, Spagna, si trova il paesino di Rennes-le-Château!)

lunedì 15 ottobre 2012

Campobasso

Nell'anno 878 il re longobardo Adelchi decise di imporre il suo dominio sulla Contea dominata dalla famiglia De Molisio. Stabilì quindi di fondare la sua capitale nel territorio strategico tra i fiumi Biferno e Fortore.
Adelchi si era fermato perciò nella vicina Benevento mentre i suoi esploratori sondavano la zona alla ricerca del luogo più adatto per l'insediamento. Gli esploratori, giunti alle spalle della foresta Matese, trovarono un luogo che reputarono adatto e subito tentarono di contattare Adelchi per avere la sua approvazione. Purtroppo per ben diciotto volte la comunicazione fu interrotta perché i loro telefonini non prendevano.
Alla fine, spostatisi verso Isernia, gli esploratori riuscirono a trovare un posto con campo sufficiente perché la comunicazione con Adelchi non si interrompesse. La trascrizione della telefonata con la quale il re approvava l'insediamento è stata tramandata negli annali: "Si fondi dunque una città là dove il campo è basso".
E ancora oggi, nella città di Campobasso, prende a fatica Tim.

(nella foto: dall'antica torre in rovina della città vecchia ancora oggi si inviano segnali di fumo e piccioni viaggiatori)

lunedì 1 ottobre 2012

Domodossola

E' piuttosto nota la vicenda dell'Uomo del Similaun, il nome dato al corpo del cacciatore preistorico ritrovato pochi anni fa in uno stato di conservazione inaspettatamente buono, al confine tra Italia e Austria. Sono invece meno noti - grazie a una volontà generale di far dimenticare gli accadimenti - i fatti legati a un ritrovamento analogo avvenuto nelle montagne piemontesi, diversi decenni prima.
Nel luglio del 1908 fece scalpore infatti la scoperta dell'antropologo Giampietro Zambelloni, che affermò di avere rinvenuto in uno stretto crepaccio lo scheletro di quello che, successivamente, sembrò essere addirittura l'anello mancante nell'evoluzione dei primati verso l'homo sapiens. La notizia ebbe immediato risalto nella comunità scientifica internazionale, cosa che fece della valle una meta di pellegrinaggio. I pastori e gli agricoltori della zona, esasperati da quell'attenzione e dalle continue richieste di informazioni, posero alcune segnalazioni minimali per indicare il crepaccio. "Uomo d'osso: là". I numerosi cartelli diedero il nome anche al nucleo di case vicine, che venne appunto chiamato "Uomodossolà".
Se il ritrovamento destò clamore, questo non fu nulla se paragonato alle rivelazioni di un contadino locale, che circa un decennio dopo confessò ai giornalisti di una testata scientifica (probabilmente dietro un generoso contributo, poiché il contadino non fu più visto in valle negli anni successivi) di avere collaborato personalmente con il professor Zambelloni, per nascondere in quel crepaccio alcuni resti trafugati dal cimitero, mescolati ad altre ossa di tasso o daino. Si era insomma trattato di una truffa colossale, escogitata dallo stesso Zambelloni, che fu immediatamente radiato dalla Società Antropologica Nazionale.
Ma il danno toponomastico era stato fatto, e il comune aveva ormai preso il nome di "Uomodossolà". L'occasione per riparare arrivò qualche anno dopo, quando - a seguito della riforma della scuola del 1923, e soprattutto dell'avvento del fascismo - la scuola prese un indirizzo autarchico e nazionalista. Fino a quel momento gli abbecedari in dotazione contenevano infatti parole e nomi di luoghi provenienti da paesi stranieri (B come Bombay, C come Chicago... gli alunni apprendevano quindi contemporaneamente nozioni di italiano e di geografia), la riforma portò a sostituire appunto questi nomi di località con altri presi dal territorio italiano. Bombay divenne quindi Bari, Chicago fu sostituita da Cagliari...  Ma la D di Detroit fu fonte di problemi non piccoli, poiché nessuna città italiana cominciava effettivamente con D.
Le possibilità prese in esame dal Gran Consiglio del Fascismo furono due. La prima prevedeva di invadere e annettere la città francese di Digione: ma questo avrebbe significato attaccare anche la Svizzera neutrale, e questo fu ritenuto improponibile. Così fu adottata la seconda soluzione: fu promulgato un bando aperto a tutti i comuni d'Italia, che proponeva di cambiare la lettera iniziale del nome del comune con l'anelata D. Il Comune di Uomodossolà non aspettava altro, e presentò immediatamente la sua domanda. L'unico altro concorrente in gara fu niente di meno che il Comune di Roma (che per statuto, avrebbe dovuto partecipare a tutti i bandi promulgati). Ma poiché questo avrebbe significato cambiare il nome da Roma in "Doma", e non sembrò che la capitale del futuro impero fosse doma, fu accettata la domanda di Uomodossolà, che ebbe così il nome mutato in Domodossola. La caduta dell'accento finale segnò il completamento della purificazione toponomastica.
Ed è per questo che si dice ancora oggi "D come Domodossola", e che la città è conosciuta con questo nome.

(nelle due foto: il centro di Domodossola, che come sappiamo dai cruciverba è "dos")

lunedì 24 settembre 2012

Massa


Una delle mode toponomastiche più diffuse nei secoli scorsi era quella di battezzare le località con il cognome di illustri personaggi ivi nati o cresciuti. Oltre al tributo di gloria che tale battesimo comportava, gli amministratori contavano di dare nuovo lustro a paesi altrimenti poco conosciuti, rendendone il nome immediatamente più familiare al popolino ignorante che da allora non avrebbe più potuto fare a meno di riconoscere il luogo per i suoi illustri natali.
Se oggi riconosciamo come familiari i nomi di borghi come Castelvecchio Pascoli, Castagneto Carducci, Terranuova Bracciolini, Torre del Lago Puccini è proprio in virtù del nuovo battesimo che subirono allora.
Questa moda, diffusa soprattutto in Toscana, attecchì raramente in città più grandi, che di illustri natali, e di motivi per essere ricordate, ne avevano fin troppi.
Eccezion fatta per una città al confine tra Toscana e Liguria, troppo ligure per essere toscana e troppo toscana per essere ligure. Una città senza eventi e personaggi significativi, e conosciuta soprattutto per le vicine cave di marmo, che però davano lustro soprattutto alla vicina Carrara.
In un giorno d'estate di inizio secolo, infatti, complice un furioso temporale che si abbatté su Forte dei Marmi, molti bagnanti si rifugiarono per le vie della città in cerca di bellezze artistiche che, ahimè, furono comunque loro negate.
Tra questi c'era anche il noto pilota di Formula Uno, Felipe Massa, che subito fu riconosciuto dai fan e la cui presenza fu osannata e sbandierata da tutta la popolazione. Era senza dubbio l'evento più prestigioso che fosse mai avvenuto in tutta la storia della poco ridente cittadina; per questa ragione il sindaco emise in tutta fretta un decreto che ribattezzava seduta stante la città con il cognome del suo più illustre visitatore: Massa.
Ed è così che la città viene chiamata ancora oggi.

(nella foto: il Duomo di Massa Marittima (GR), che in effetti non c'entra nulla, ma del resto a Massa non c'è davvero niente da vedere)

lunedì 27 agosto 2012

Carrara

La storia di oggi è molto semplice, e la raccontiamo ad esempio di tutte quelle città o paesi che prendono il nome da un qualche tipo di risorsa (frutto, minerale, animale) che abbonda particolarmente nella zona. Ne sono esempio le varie località chiamate Noceto, Castagneto, Lupazzano, o Crema.
Una città più famosa che ha seguito lo stesso principio toponomastico è una famosa cittadina della toscana, che ha preso il nome dalle numerose cave di marmo presenti nella zona. Essendo questa qualità di marmo conosciuta come "marmo di Carrara", è sembrato inevitabile dare questo nome al centro urbano nelle vicinanze, ossia Carrara. E con questo nome la città è conosciuta ancora oggi.

(nella foto: la gelateria "White Ice" di Carrara, durante la realizzazione del ghiacciolo più grande del mondo)

giovedì 23 agosto 2012

Catania

Nel medioevo, quando le lame non servivano solo per tagliare ortaggi, ma anche teste, e in definitiva per combattere le guerre, i buoni fabbricanti di spade erano degli artigiani assai ricercati e remunerati. Spesso attorno ai fabbri più rinomati si raccoglievano gruppi di apprendisti o vere e proprie scuole. Una di queste scuole era quella di Toledo, che aveva rifornito del suo acciaio lavorato legionari e soldati di ventura fin dall'antichità.
Un'altra - forse meno conosciuta - nacque sulle coste orientali della Sicilia durante il XIII secolo, quando si scoprirono le particolari caratteristiche (una duttilità e una malleabilità fuori dal comune) del minerale di ferro locale, entrato in contatto nel corso delle ere geologiche con la lava del vicino Etna. Questo ferro permetteva la fabbricazione di lame estremamente affilate e resistenti, ma purtroppo il processo per la sua estrazione era quantomai difficoltoso e costoso. Per questo le spade e le daghe fabbricate in Sicilia furono generalmente ignorate nel corso del medioevo (con alcune famose eccezioni, come la spada corta con cui duellava Giovanni l'Acuto) dagli eserciti europei, che continuarono a preferire la qualità a buon mercato dell'acciaio spagnolo.
Una nuova fortuna fu però conosciuta da generazioni successive di questi artigiani, all'inizio del XVII secolo. Alcune di queste spade furono portate da un mercante portoghese (che in molti identificano con Nuno Soledade, conosciuto in seguito per la scoperta dell'Isola d'Elba) in uno dei suoi viaggi verso il Giappone, come merce di scambio con le sete e le spezie prodotte laggiù. Queste spade attirarono da subito l'attenzione del maestro d'arme dell'Imperatore Go-Yozei, che decise di utilizzarle per i samurai della guardia d'onore. Da lì l'utilizzo di queste spade - commissionate a richiamare la foggia della katana giapponese - si diffuse anche tra il resto dell'esercito.
Il piccolo centro siderurgico siciliano conobbe in quegli anni una fama mai incontrata prima, anche se solamente dall'altra parte del globo, dove questa città veniva chiamata appunto "Katania", cioè "Città delle katane". Quando gli artigiani vennero a conoscenza di questo nomignolo ne furono così grati che decisero di rinominare proprio così il loro paese: "Catania".
Ed è così che questa città viene conosciuta e chiamata ancora oggi.

(nella foto: lo scorcio di Catania con alle spalle l'Etna, utilizzato da Katsushika Hokusai come modello per la progettazione del Monte Fuji)

lunedì 20 agosto 2012

Venezia


L'origine dell'attuale nome della Serenissima si confonde con la storia del suo più illustre cittadino di tutti i tempi: Marco Polo. Questo indomito esploratore del XIII secolo raggiunse, oltre al Polo Nord da cui prende il nome, anche l'estremo oriente. Nei suoi viaggi attraversò tra l'altro la cosiddetta mezzaluna fertile, quella striscia di terra compresa tra i fiumi Tigri ed Eufrate.
Fu proprio attraverso i commerci e lo scambio culturale in queste zone che venne in luce la differenza più profonda tra le genti d'Europa e quelle del Medio Oriente: non tanto le differenze linguistiche, religiose o sociali, quanto piuttosto un apparentemente marginale dettaglio architettonico. Dettaglio che fu però importante, come vedremo, all'interno di eventi drammatici.
Mentre infatti le genti della Serenissima erano solite impreziosire le loro finestre con tende veneziane, quelle d'oriente preferivano le più solide persiane. Questa differenza, ben evidenziata da Rustichello da Pisa nella sua redazione del "Milione", fu quasi ignorata per diversi secoli, essendo ritenuta forse un'invenzione leggendaria, pari a molte altre presenti nella (presunta) biografia di Marco Polo.
Fu con la battaglia di Lepanto del 1571, però, che questa profonda divergenza culturale riemerse con prepotenza: la coalizione federata sotto le insegne pontificie, alla quale apparteneva pure la Serenissima, iniziò a chiamare i nemici, con intendi dispregiativi e propagandistici, "persiani", a causa degli ornamenti delle loro finestre.
Analogamente, la fazione ottomana prese a definire gli abitanti della città sulla laguna come "veneziani", per il motivo opposto.
Questi nomignoli dispregiativi, tuttavia, furono accolti inaspettatamente con favore dai destinatari, che negli anni finirono per adottarli come propri e a chiamare se stessi in questo modo.
Per tale motivo quella regione del Medio Oriente prese il nome di Persia (anche se per poco, perché successivamente la regione si divise in Iran e Iraq... ma di questa storia vi racconteremo un'altra volta). La città lagunare invece divenne Venezia, e con questo nome è conosciuta ancora oggi.

(nella foto: un canale di Venezia... con persiane alle finestre. Evidentemente oggi le antiche divergenze storiche sono cadute, forse in nome della globalizzazione)

giovedì 16 agosto 2012

Vigevano

Quanto la Lombardia ed il Veneto non c'erano, ma c'era solo il Lombardo Veneto, ed era sotto la dominazione austriaca, la popolazione era schiacciata dalle tasse e balzelli imposti su ogni tipo di mercanzia: dal tabacco al salgemma, dalla carta alle mele cotogne. Questa situazione insostenibile per la borghesia lombarda fu certamente una delle cause alla base delle guerre d'indipendenza e, in ultima istanza, dell'unificazione italiana.
Questi eventi furono però preannunciati da alcuni moti isolati in centri urbani, e uno di questi dà il nome alla cittadina di oggi, ossia Vigevano. Nella piazza del paese, accanto alla porta di ingresso della gendarmeria, erano appesi i manifesti (le 'grida' di manzoniana memoria) che indicavano ogni mese le nuove tasse e i nuovi divieti. In grossi caratteri neri era stampata la scritta "Vige il divieto di entrare tra le mura cittadine con più di tot grammi di tabacco"; "Vige una tassa doganale di 25 centesimi su ogni chilogrammo di frutti di bosco"; e così via. Questi manifesti, che ormai si affollavano sovrapponendosi, rendendone difficile la lettura e l'applic.azione anche da parte dei cittadini più obbedienti, erano diventati per molti il segno della tracotanza austroungarica.
Così, quando una rivolta scoppiò in città, costringendo il maresciallo e la piccola guarnigione a fuggire nella vicina Milano, la prima cosa a sparire fu questa catasta di manifesti, sostituita con un unico grosso foglio su cui campeggiava la scritta "Vigevano" e sotto, in un ordinato elenco puntato, la lista dei divieti ora abolita. Il manifesto rimase appeso, per il suo significato simbolico, per diversi anni, e quando il prefetto si trovò a dare un nome alla cittadina (fino ad allora un centro di contadini ed operai anonimo), non trovò di meglio che chiamarla appunto con l'incipit del cartello, ossia "Vigevano". Ed è così che la città è conosciuta ancora oggi.

(nella foto: la ZTL del centro storico di Vigevano. La foto è datata: le ordinanze che assegnavano i permessi ai residenti sono state revocate a gennaio 2012)

giovedì 9 agosto 2012

Bari

Bari prende il suo nome dalla fumosa e a tratti ignominosa vicenda con cui furono ottenute e portate in città le spoglie del patrono San Nicola.
Brevemente: fino a metà dell'XI secolo le reliquie del santo erano custodite nella cittadina turca di Myra. Pochi giorni prima che questa cadesse in mano musulmana, scoppio un'accesa disputa tra i mercanti presenti nella città, appunto veneziani e baresi (si ignora in realtà come si chiamasse in precedenza il porto pugliese), per chi dovesse portare in salvo i resti del predicatore.
Poiché non sussistevano argomenti teologici inattacabili, in favore degli uni o degli altri, si decise di stabilire la sorte dei resti con una partita a dadi. L'illustre precedente rappresentato dalle vesti del Cristo sembrò giustificare questa decisione agli occhi dei commercianti. La partita fu vinta dai mercanti baresi, che con grande fretta e senza aspettare la notte imbarcarono le spoglie sulle proprie galere e tornarono nella città natale.
L'alba successiva un attento orafo veneziano scopri l'inganno: i dadi con cui si era giocato erano truccati. La vendetta dei veneziani fu sottile ed indelebile: detenendo all'epoca una sorta di monopolio sui portolani e sulle carte nautiche, procedettero a mettere in guardia tutti i navigatori, indicando la città su tutte le mappe come "Bari".
Ed è così che la città viene chiamata ancora oggi.

(nella foto: una folla si raduna di fronte alla chiesa di San Nicola per la festa delle Carte Segnate)