Se si guarda ad una mappa politica del continente africano, è facile capire come molti confini siano stati tracciati in passato 'a tavolino', in una spartizione dei territori e delle risorse da parte delle potenze coloniali europee. Lo stesso metodo fu utilizzato per i nomi dei possedimenti, cercando di individuare nei paesi o nelle persone caratteristiche e tratti che permettessero di distinguerli. La zona dell'africa subsahariana, dove la pelle degli abitanti era decisamente più nera rispetto alle popolazioni affacciate sul mediterraneo, fu chiamata ad esempio Niger. Anche l'Angola ed il Togo furono etichettati in seguito a decisioni simili, come vedremo forse in seguito. E così il Sudan, il cui nome è dovuto niente di meno che al famosissimo esploratore scozzese David Livingstone.
Nella sua prima spedizione alla scoperta delle sorgenti del Nilo Livingstone, terminato il tratto navigabile del fiume, decise di ricorrere (il diario annota una località nei pressi dell'attuale Dongola) all'utilizzo - allora consueto - di portatori locali, per trasportare le numerose e ingombranti vivande e suppellettili. Presto, con l'inizio della salita verso il tratto alto del fiume, si accorse di come questi portatori sudassero copiosamente, diversamente da quanto succedeva per lui e per i suoi compagni europei, le cui schiene erano in realtà libere da qualsiasi fardello ed equipaggiamento. Ritenendo questa caratteristica, ovverso una sudorazione eccessiva, una peculiarità della popolazione locale, decise di chiamare quel territorio, appunto "Sùdano", anglicizzato in "Sudan".
Spingendosi oltre, e salendo con un certo affanno le ultime ripidissime pendici che avrebbero condotto alla sorgente del grande fiume africano, notò che i nuovi portatori - che avevano preso il posto dei precedenti, stremati dall'impegno - avevano una sudorazione ancora maggiore. Fu per questo che il territorio fu chiamato "Sud Sudan": come a dire "Sudano davvero molto".
Ed è così che queste terre vengono chiamate ancora oggi.
(nella foto: in effetti non sudan, anche se deve fare parecchio caldo)
giovedì 3 gennaio 2013
martedì 18 dicembre 2012
Brindisi
Dell'antica Brundisium, nata su un insediamento risalente all'età del bronzo, si inizia a parlare nei libri di storia con la conquista da parte dei romani nel 266 a.C.L'importanza politica della città risale però a mezzo secolo dopo, e con precisione alla Seconda Guerra Punica: la città dell'Apulia rimase infatti fedele a Roma anche dopo la rovinosa disfatta della battaglia di Canne (216 a.C.).
Grandi furono perciò in tale occasione i festeggiamenti per celebrare la rinnovata alleanza con il Palatino. Svetonio racconta che nell'arco di due settimane di bagordi sfrenati furono macellati quindicimila tra polli, manzi e maiali, e per accompagnare questi sontuosi pasti fu rapidamente consumata tutta la riserva esistente di Primitivo di Manduria (per questo motivo peraltro nel museo archeologico di Brindisi non esistono reperti precedenti il secondo secolo a.C.; il paradosso è che le bottiglie di Primitivo ivi conservate non sono purtroppo realmente primitive come ci si aspetterebbe).
Al di là del danno archeologico, tuttavia, questo evento contribuì a diffondere la nomea di gozzovigliatori per i salentini, al punto che ci sono arrivate tracce degli sfottò non solo negli affreschi pompeiani, ma anche nella trascrizione dei cori da stadivm, che all'epoca si usava intonare durante le partite di calcivm.
Nel secondo secolo già esisteva infatti una lega sportiva a livello nazionale, costituita da squadre il cui nome si è tramandato nella storia (come per esempio Juventus, Pro Patria e Juve Stabia); fu durante una partita tra Brundisium e Atalanta che fu esposto lo striscione "Brindisino lalà lalà lalà" mentre tutti i tifosi avversari sollevavano festosi un calice. Gli abitanti di Brundisium furono perciò ribattezzati come sfottò "brindisini", da cui il nome attuale della città.
Tracce di questa antica nomea si trovano ancora oggi, visto che (come testimoniato dal video qui a fianco) il coro da stadio di cui sopra viene ancora intonato in molte zone dello stivale (sebbene si supponga che la musica non sia più corrispondente a quella originale che, ahimè, è andata perduta) durante le feste di compleanno. Feste durante le quali si cita anche (forse inconsapevolmente) l'antico motto latino di Brundisium, "Tanti augurii a te", che potremmo liberamente tradurre in italiano come "Da te giungano così grandi buoni auspici".
Buoni auspici che per Brindisi si sono verificati, in quanto la città, arrivata fino ai giorni nostri, ancora oggi con questo nome è conosciuta.
(nella foto: un'antica locandina che pubblicizza una partita di calcivm allo stadivm di Brvndisivm)
Ubicazione:
Brindisi BR, Italia
martedì 11 dicembre 2012
Trento
Gli americani chiamano Chicago (il cui curioso nome sarà sicuramente oggetto di una delle prossime puntate) "the windy city", la città ventosa. Ma anche in Italia abbiamo una città che non è da meno, e questa città è Trento.
Posta in una naturale conca ai piedi delle alpi, il castrum da cui si sviluppo la città di Trento fu edificato dai romani in una posizione tanto strategica quanto infelice, per i fortissimi venti che si abbattevano dalle montagne e che rendevano precarie le prime costruzioni in legno dell'accampamento.
Fu questo fenomeno atmosferico che diede il nome alla città, non dissimilmente da quanto era accaduto per la cittadina di Benevento (Bene Ventus: in questo caso il vento era ovviamente più gradito dalle navi che salpavano dal porto verso la Dalmazia e la Fenicia).
Il primissimo nome della colonia romana fu appunto Ventus. Ma ci si accorse presto che il nome non rendeva onore alla forza impetuosa che rendeva così difficile la vita dei legionari accampati. Scherzando, il proconsole disse che questi non erano venti, ma almeno trenta.
Fu così che il nome passò da Ventus a Trentus, da cui l'attuale nome di Trento, con cui la città è ancora conosciuta.
(nella foto: trentatré trentini entrano a Trento trotterellando)
Ubicazione:
Trento, Italia
martedì 4 dicembre 2012
Iran e Iraq
Con il Decreto Legislativo n.446 del 15 dicembre 1997 è stata istituita l'Imposta Regionale sulle Attività Produttive, più nota con il suo acronimo IRAP; con la Finanziaria 2008 questa tassa ha assunto la natura di imposta regionale.L'IRAP colpisce il valore della produzione netto delle imprese, cioè il reddito prodotto al lordo dei costi per il personale e di oneri e proventi di natura finanziaria. E' cioè proporzionale al fatturato di un'azienda e non all'utile di esercizio della stessa; per questa ragione è stata oggetto di numerose polemiche, in quanto appare come un'imposta vessatoria nei confronti delle imprese dotate di alti volumi di personale e sfavorisce quindi quelle imprese che intendano assumere.
Molte regioni perciò hanno cercato fin dall'inizio di aggirare la norma, perseguendo l'elusione fiscale nei confronti dell'IRAP.
Emblematica fu la scelta della Persia, della quale abbiamo già parlato in relazione all'origine del nome di Venezia, che optò per seguire una politica fiscale di frazionamento alfabetico.
Un pool di esperti fiscali sfruttò infatti una poco conosciuta circolare interpretativa dell'Agenzia delle entrate e decretò così la divisione della Persia in due distinte regioni, in modo da diminuire l'aliquota relativa, a parità di quota imponibile. Come secondo passaggio, si scelse di operare a livello nominale sulle valutazioni alfabetiche, sebbene limitate alla lettera di importo inferiore: in un caso si scelse un passaggio alfabetico discendente, nell'altro un criterio di tipo ascendente. Da IRAP si passò perciò in un caso a IRAN, nell'altro a IRAQ.
Questa scelta agguerrita di politica fiscale provocò le ire dello scacchiere internazionale, e le due regioni divennero perciò scenario di guerre e guerriglie.
Nonostante i ripetuti sforzi militari, Iran e Iraq sono rimasti comunque esenti dall'Imposta Regionale sulle Attività Produttive, e con questi nomi sono conosciuti ancora oggi.
(nella foto: la sede di Teheran dell'Agenzia delle entrate)
Ubicazione:
Iran
martedì 27 novembre 2012
Pechino
Grazie alla cronaca conosciamo da tempo come l'incresciosa pratica, tipicamente cinese, di riprodurre copie più o meno fedeli di prodotti tipici italiani, senza le necessarie tutele e di conseguenza senza la qualità dell'originale. Non tutti forse conoscono però come questa pratica abbia dato il nome a niente di meno che la capitale cinese, Pechino.Per capire la breve storia del nome della città proibita occorre sapere qualcosa di più sui pomodori, prodotti ampiamente ed in differenti qualità dagli agricoltori italiani, e che sono uno dei generi agroalimentari più facilmente esportabili, in quanto attecchiscono con abbondanza in qualsiasi terreno opportunamente irrigato.
Occorre anche sapere che uno dei centri d'eccellenza per il pomodoro è il piccolo paese siciliano di Pachino, dove vengono coltivati i caratteristici piccoli pomodori che spesso utilizziamo per le nostre insalate.
La storia del nome diventa ora facilmente intuibile. A metà del secolo scorso agronomi cinesi contrabbandarono dall'Italia una notevole quantità di sementi di questo ortaggio, che cominciarono a coltivare in maniera intensiva nei pressi della loro capitale. Il pomodoro portò con sé il suo nome. Solo alcuni anni dopo, grazie all'intervento di organi di tutela e della diplomazia italiana, si ottenne la modifica del nome per garantire la riconoscibilità del pomodorino italiano. Da Pachino divenne Pechino, e così la città viene chiamata ancora oggi.
(nella foto: per le strade di Pechino erano giorni di maggio tra noi si scherzava a raccogliere pomodori)
Ubicazione:
Pechino, Cina
venerdì 16 novembre 2012
La Maddalena
In pochi sanno che la piccola isoletta de La Maddalena, a nord di Porto Cervo, fu scelta in età moderna come nascondiglio nientemeno che dagli eredi dei Cavalieri Templari.Nel 1768 fu infatti fondata la chiesetta dedicata a S. Maria Maddalena che, come rivela Dan Brown, può in realtà essere identificata come la "coppa" (uterina, in senso figurato) all'interno della quale fu conservato il "sangue reale" (Sang Real), cioè la discedenza di Gesù Cristo. In pratica, il Santo Graal.
Quelle di Dan Brown ovviamente sono frottole diffuse ad arte per inquinare la verità, e cioè che il Santo Graal (coppa reale, e non in senso figurato come Dan Brown vorrebbe far credere) è stato davvero custodito in questa piccola isola per molti anni.
Giuseppe Garibaldi optò volontariamente per un "pensionamento" nella vicina Caprera, in quanto massone e segretamente incaricato dai vertici della fratellanza di custodire appunto il nascondiglio del Sacro Calice.
Il luogo non è stato scelto a caso: se si uniscono infatti con una linea immaginaria le città di Grosseto e Alghero (GR-AL), e si divide la linea in due segmenti legati tra loro dal rapporto aureo phi (rapporto di 1,61 circa) si ottiene proprio l'isola de La Maddalena.
Purtroppo il Graal non si trova più qui; nel corso dell'800 fu spostato su un'altra linea perché il suo nascondiglio era ormai stato messo a repentaglio. Si pensa che la nuova linea sia quella Grosseto-Alessandria (ancora GR-AL): se la dividiamo in due segmenti in rapporto aureo, troviamo al centro il piccolo abitato di San Guido, vicino Bolgheri (LI).
Il massone Giosuè Carducci, nella sua celebre poesia "Davanti San Guido", lascia anch'egli un indizio sulla nuova ubicazione della Sacra Coppa, scrivendo:
"E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su."
Il Graal si trova dunque a Bolgheri? Non lo sappiamo, ma la nostra ricerca continua.
Nel frattempo, dopo secoli e a monito perenne per tutti i ricercatori, l'isola de La Maddalena continua ancora a chiamarsi così.
(in figura: il collegamento tra Grosseto e Alghero. E aspettate che qualcuno si accorga che, proprio in mezzo alla linea tra GRenoble, Francia e ALbacete, Spagna, si trova il paesino di Rennes-le-Château!)
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lunedì 12 novembre 2012
Città del Capo
Agli inizi del XIX secolo il magnate olandese Issak Van Der Vander si recò in Sudafrica per ispezionare la sua fabbrica di cioccolatini al liquore. Per raggiungere lo stabilimento attraverso la vastissima tenuta di sua proprietà, Van Der Vander decise di utilizzare la sua nuova automobile, vero e proprio status symbol dell'aristocrazia di inizio secolo.Purtroppo la strada impervia causò la foratura di una gomma, con grande sgomento di Thomas De Spar, il suo chauffeur. L'automobile era infatti una delle prime a montare pneumatici gonfiabili (come quelli moderni), mentre i primi modelli avevano avuto sempre ruote in gomma "piena", e il povero autista non aveva idea di come ripararli.
De Spar andò in cerca di aiuto per riparare la macchina del capo ma, sebbene gli abitanti della zona fossero boeri (e quindi di origine olandese) la comunicazione fu molto difficile, perché la lingua da essi parlata era molto diversa da quella della madrepatria. De Spaar espresse il suo problema con un mix tra linguaggio verbale, paraverbale e gestuale. Il semplice concetto che voleva esprimere, "la macchina del capo ha un buco nella gomma", fu inteso perciò dagli indigeni come un più oscuro "la brum del m ha un pss nella m".
I boeri intesero alla fine che la volontà di Van Der Vander fosse quella di dare il nome alla strada, chiamandola Macchina del Capo.
Inutili furono i tentativi di far comprendere l'equivoco: la tradizione dei boeri implica infatti che dando il nome a un elemento territoriale, si può vincere automaticamente la possibilità di dare il nome a un altro elemento, e così via a catena. Così fu nel caso di Van Der Vander, che fu costretto a battezzare la regione circostante come Penisola del Capo e, a catena, l'insediamento lì vicino come Città del Capo.
Ed è proprio con questo nome che la capitale del Sudafrica è conosciuta ancora oggi.
(nella foto: la fabbrica di Van Der Vander produce ancora oggi cioccolatini secondo la tradizione boera)
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Ubicazione:
Città del Capo, Sudafrica
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